Ieri domani e stanotte, suppongo il successo sia una questione del tutto singolare e personale. Che cos’è il successo? C’è chi dice i soldi, è vero. C’è chi dice la carriera, è vero. C’è chi dice il podio dopo tanto allenamento, è vero. Ma la mia domanda è, dopo tutto questo, cosa mi resta? Il successo è quindi soltanto conseguenza e prodotto di un risultato, o è anche altro? Può essere considerato successo anche ciò che prodotto di uno scarto? Hai presente, quando torno a casa e nessuno più mi applaude. E nessuno più mi dice che sono stata brava, che ho vinto, o che ho perso. Eppure, è successo. Il successo è già successo. Ma qualcosa resta; qualcosa chiede spazio; sussurra. Che cosa è successo? Hai presente, anche, quando lavoro e lavoro perché amo il mio lavoro, e non perché guadagno, conquisto, o produco un risultato. Hai presente? Fare ciò che ami.[1] E adesso ti racconto che cos’è per me il successo. Poi ti racconto che cosa è successo. E poi ti dico anche ciò che continua ad accadere. Che cos’è per me il successo, semplice – felicità. Non avere paura della mia dolcezza. Conoscere il sapore della mia libertà. Sapere esattamente dove sto andando, pur non avendo alcuna strada tracciata. E tenere chiara in mente una visione di amore, di infinito, di libertà, che si espande e che non restringe, che dà e che non pretende, che ama, ama, ama tutto in ciò che fa. Che cosa è successo, invece, è in un giorno di pioggia a Camogli ed è tutto molto bello, nonostante la pioggia, che molti dicono noiosa e brutta, ma a me piace, perché mi diverte, mi accende, e la bellezza è ovunque. Ci sono poche persone per strada, la pioggia è sottile e il vento confuso, arriva da tutte le parti e mi scompiglia dappertutto. Gli ombrelli si rompono e i portaombrelli non funzionano. Ed è sempre la stessa vertigine, come un brivido di freddo quando ho caldo, e non so spiegarlo. La mia dolcezza non fa paura; il sapore della mia libertà è nel gusto della carne; mentre mi riconosco alla perfezione nella visione del mare e del cielo che ho davanti a me, sottile e impercettibile confine, e resto ferma, riconoscendomi in quel mare e in quel cielo, e nell’impercettibile confine è dove sto andando, anche se inciampo, anche se perdo l’equilibrio, anche se la pioggia scivola sotto i miei tacchi, anche se le strade che cammino preferiscono scarpe più comode, tacchi più bassi, giornate più asciutte e soleggiate. Che cosa è successo? Non è successo niente eppure è successo tutto: è successo la felicità. Ma infine, che cosa continua ad accadere? La felicità accadeva ieri, come accade anche stanotte, e certamente accade ancora, continuamente. Quindi che cos’è la felicità? Se persino la pioggia quando è felice ha un altro sapore, un altro odore, un altro suono. Inspiegabilmente. Come d’altronde i giorni del sole, se non sono felici, sanno essere noiosi, stordenti, monotoni. Ed è così che il successo semplicemente arriva, succede, accade, chissà perché, chissà, per quale strana motivazione. Quale strana motivazione? O forse quello lo chiamano amore?[2]
[1] Fare ciò che ami. Quella cosa che ti accade quando sei completamente in ciò che fai; non ti importa più che ora è e niente ti sembra più urgente di quel che stai facendo in quel preciso momento. Non ti domandi neppure, in realtà, se qualcosa di più urgente possa esistere. È un’azione non sporadica, e che non compi a caso, ma che vivi nel pieno del suo senso e che, di tanto in tanto, ripeti nel tempo.
[2] O forse quello lo chiamano amore? Questo articolo non è stato scritto in un giorno, e neppure in una notte, ma in frammenti di tempo che ho amato, e vissuto intensamente, prima di produrre questo come risultato. Non è un giorno, un’ora, neppure una vita; il suo valore è in ciò che ho amato ieri, domani e stanotte.
