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I miei veleni del cuore

2025-12-03 14:00

Serena Sofia

I miei veleni del cuore

Oggi, domenica trenta novembre duemila e venticinque, a circa sei anni di distanza dalla pubblicazione dei veleni del cuore, ho voglia di parlarvene.

Oggi, domenica trenta novembre duemila e venticinque, a circa sei anni di distanza dalla pubblicazione dei veleni del cuore, ho voglia di parlarvene. Perché ho voglia di dirvi di più. Ma soprattutto perché ho voglia di rimettere le cose al loro posto. Cominciamo...

 

Innanzitutto, cos’è, o cosa sono, i veleni del cuore? Di che cosa stiamo parlando? Stiamo dialogando intorno a un’Opera letteraria di quasi quattrocento pagine, che non ama le definizioni, e che intende sfuggire a qualsiasi tipo di etichetta sui generis. È un romanzo? È poesia? È arte? E chi lo sa – leggila. E leggila, ma vai oltre: forse così scoprirai che cos’è i veleni del cuore. In poche parole, i veleni del cuore è stata inserita in un catalogo bibliotecario sotto la voce di narrativa contemporanea; mentre in internet si definisce di essere poesia. Ma che cos’è, l’Autrice non ce lo dice. Sì, sì, sono proprio io che scrivo; l’Autrice dei veleni del cuore; mi piace divertirmi un po’ – ed è per questo che non amo le definizioni, le etichette. Volete definirmi? Ma io non voglio. Se mi leggi, però, e se lo fai bene, mi piace. Ma ora andiamo avanti, perché voglio dirvi di più. Moltissimo di più; perciò se non ne avete voglia, fermatevi qua. Altrimenti, continuiamo. Era il duemila e venti quando pubblicavo la Prima Edizione dei veleni del cuore, avevo vent’anni e una cosa, in particolare, da fare. Pubblicare questo libro. Niente di più necessario, niente di più importante o imminente da fare. Ma perché, vi chiederete? Sono sensazioni; sono urgenze, che non sempre hanno domande, o spiegazioni. Cose che vanno fatte. Sono dei che si dicono alla Vita, e al dare, e al fare qualcosa di buono, prima ancora che del porsi domande o interrogarsi sulle mille plausibili e possibilissime spiegazioni da darsi. Inizialmente, considerai la possibilità di un Editore, ma ben presto mi resi conto da sola che nessuno al di fuori di me avrebbe potuto dare al mondo esattamente i miei veleni del cuore, e non un’altra cosa. Vedete, l’Editoria è un mondo talmente vasto che neppure ci si immagina, a volte, a quali regole sia doveroso sottostare al fine di – finalmente – pubblicare. Detestavo l’idea delle mani di qualcuno addosso, l’idea di una virgola cambiata, o fuori posto. L’idea dell’errore che non è un errore, che non sia concesso. L’idea che la copertina del libro potesse dovere sottostare a gusti estetici non miei, non attinenti, non pertinenti, all’Opera. Proprio come quando da bambina volevano mettermi il cappello in testa ma io lo detestavo e volevo il freddo in faccia e i capelli sparpagliati al vento e niente addosso. È lo stesso concetto: si cresce, ma se ci pensi, non si cambia. Ci si affina soltanto... si smussa qualche angolo, oppure, come nel mio caso, neppure quello. La decisione infatti di autopubblicarmi è stata un atto pregno di follia, coraggio, autodeterminazione di sé mediante il proprio prodotto, una resa, una spietata consegna di sé al mondo in una veste di tragico; in una veste di buono; in una veste di chi non ha più voglia di dare spiegazioni; di convincere nessuno. La veste di chi, semplicemente, ha una cosa da fare: scrivere. Parliamo infatti non di una passione quanto piuttosto di una vocazione all’Arte della scrittura. Ed è qui che comincia il gioco. Ma il gioco della scrittura non comincia quando si pubblica; comincia molto prima. Ho sempre saputo che, nella vita, avrei dovuto scrivere. Poi, vivendo, si fanno tante cose. Ma scrivere... scrivere è ciò che dà senso al mio vivere. Perché non scrivo tanto per fare o ché altrimenti non saprei che cosa fare, ma scrivo con una intenzione, con un’etica, valori, dedizione, e soprattutto, lo faccio con amore. Si fanno nella vita tante cose per amore, ma, a un certo punto bisognerebbe forse prendere una decisione: decidere quindi, che cosa fare, con amore. Moltissimo amore da dare. Questo è il senso della Vocazione a un qualche cosa, secondo me, un atto volontariamente deliberato che ci restituisca esattamente ciò che siamo, ciò a cui apparteniamo. E che sia capace possibilmente di dare agli altri un qualche cosa di intenzionalmente buono e giusto, e non perché deciso di essere tale – di essere buono e giusto in quanto tale – ma anzi perché libero da condizionamenti o influire esterni. È per questo, che i veleni del cuore è qualcosa di unico. L’Opera in sé, poi, si distingue in particolarissimi modi nel suo interno, nella sua struttura per capitoli, e quant’altro. Invero, è sicuramente la sua intenzione ciò che più la distingue e contraddistingue, la dice finita, compiuta, in quanto tale essendo questa e non un’Altra – mai altro da sé. È esattamente ciò che è. Sfugge volontariamente a qualsiasi tipo di definizione. Ed è felice così. Abbiamo quindi precisato che cos’è i veleni del cuore, ma voglio dirvi di più. Che cosa sono i veleni del cuore, le sue virgole, i suoi spazi, i suoi perché. Entriamo dentro l’Opera, adesso. Nella Prima Edizione, in quarta di copertina, scrivevo: “è un’opera che compone e tenacemente ricompone sé medesima fra lo scoprirsi avvelenata, il sottrarsi al considerarsi amata, e mutando in nuove ordinarie vesti riscoprendosi invero essa stessa il trascorso veleno, ed eroicamente vendicativa, finalmente Libera.” Ed è questo infatti il senso della struttura del suo interno: conferire un perché al proprio atto creativo. Dietro ogni piccola, infinitesimale scelta, c’è stato un pensiero, un deciderla in questo modo e non in altro. Ogni parola. Ogni spazio. Virgola. Punto. Ogni capitolo, ed ogni inserimento di questo in un preciso capitolo. Ogni cosa. Dalla più piccola, alla più grande, in un’armonia perfetta perché unicamente compiuta. Ma entriamo adesso più in profondità. Molti pezzi che avrebbero potuto essere inseriti nell’Opera, non sono stati inseriti. Come mai? Chi lo sa – non me lo ricordo. Molte cose che scrivevo le ho perse, in viaggi, fogli sparsi, buttati via, rubati, scritti dappertutto, nei posti più impensabili, nei pezzi di carta più insoliti per uno scrittore, e con qualsiasi penna, o qualsiasi cosa, potesse capitarmi tra le mani. Una scrittura sicuramente atipica. Tormentata. Mossa da un’esigenza. Ma quale era la mia esigenza? Che cosa dovevo dire, o meglio cosa avrei potuto dire, che già non fosse stato detto da qualcuno prima di me? Eppure. Un’esigenza. Una voce dentro di me aveva qualcosa da dire; da comunicare; ed io l’ho ascoltata. Sempre. In qualsiasi momento... che fosse notte fonda, mattina presto, tardi, non importava niente alla mia voce del tempo e dell’orologio a segnare le cose da fare o gli impegni da rispettare. Quindi, dove capitava. Con tutto ciò che capitasse. Proprio così, come fa il fiore che non domanda se può crescere qui o può crescere là: cresce, e basta. Poi a un certo punto quella strana sensazione di doversi collocare da una qualche parte nel mondo, un luogo, un non-luogo, non lo so. Quindi la sua folle coraggiosa pubblicazione; ma prima di questo la sua ricerca interiore, la compiutezza dell’essere questa e non un’altra, e tutto quanto in tutte quelle piccole infinitesimali piccolissime scelte tra virgole; spazi; punti; parole; capitoli; pubblicazione. E la scelta della carta. Della copertina, e del suo colore, quel rosa antico che non parla di romanticismo ma di una forza fragile, delicata, potente. Eppure. È in tutto questo il suo non-luogo, la sua non-ora dell’orologio – il suo amore, la sua ansia fragile della morte, ed al contempo, la sua Eternità. Non sono io ad avere fatto un capolavoro, se mai così lo dovreste considerare, ma sono i veleni del cuore ad avere fatto, di me, il capolavoro più grande. Non ho lavorato al ritmo del timbro del cartellino. Non ho lavorato seguendo uno schema già dato. Non ho lavorato ascoltando qualcuno. O impartendo insegnamenti per qualcuno. Non faccio moralismi. Non pretendo niente e da nessuno. Ho lavorato per quel purissimo e semplice piacere di amare profondamente ciò che si fa. Appassionati della vita e che mai la si vorrebbe finita. Ho lavorato perché ho ascoltato. Non ho detto niente. Ho detto parole? Ho detto suoni? Ho detto musiche, molte. Silenzi, anche. Ho ascoltato moltissimo. E ancora, ascolto. Dirò ancora, molto, forse moltissimo, senza mai dirvi niente. Perché a me piace così. Perché non ho niente da dirvi. Ma devo dirvi qualcosa e ve lo dico. È la contraddizione della mia timidezza: un’esigenza, uno sguardo sull’Altro e sulle cose, che mi resta dentro. Non se ne va. Non voglio che se ne vada. Lo trattengo – a modo mio. Ma adesso parliamo dell’impatto che i veleni del cuore ha avuto sul suo pubblico. Della Prima Edizione, non ne ho stampate molte copie. Mica volevo diventare un Best Seller! Ma comunque, chi ha acquistato il Libro, inizialmente, tra conoscenti e qualcuno di non appena conosciuto... i veleni del cuore non è quasi mai stata capita; e poche volte chi ha letto ha saputo restituirmi ciò che ho dato. Ed io, era questo ciò che volevo: che mi tornasse indietro, un po’ di tutto quell’amore che avevo dato. Che avevo scritto. E che avevo scelto. Infinitesimale, indecifrabile, incontenibile. Come il desiderio per la vita che mi abitava. C’è un problema di fondo, quando si leggono i miei veleni del cuore – che si pensa a me. Ed è vero, sono io, proprio io. Se mi nascondo dietro un dito, il dito non mi copre, quindi, non lo faccio. Ma perché non tutti sono sempre riusciti a vedere Oltre? Oltre me, oltre ciò che già sapevano o conoscevano o avevano già visto, di me. Per esempio alcuni miei parenti, un po’ sconvolti dal fatto che Serena soffra; che Serena avesse sofferto. “Ma come mai, ma è triste? Perché è triste?” Ed io perché dovrei venire a dirlo a te, perché sono triste, che sono triste, che piango, e che soffro, anche io, esattamente come te, che sei umano, esattamente, precisamente, come me? E perché non dirlo a tutti? Farlo meglio? Infatti, è andata proprio così. Leggere di qualcosa che si conosce, o si suppone di conoscere, di sapere, non è mai semplice. Prima di cominciare a leggere, bisogna disimparare. E non una cosa. Molte cose... Allora forse, un po’ come il Leopardi che osserva oltre la siepe data, si comincia a scorgere un piccolo cristallo di ciò che è i miei veleni del cuore. Io non sono certo qui per dirvi che sto male o che sto bene, che sono triste o che sono felice: io sono qui per dirvi di Voi stessi e di ciò che non vedete perché vederlo vi fa male. Perché fa male anche a me quando osservo le cose per quelle che sono, ma io ho scelto di riportarle in luce, di non nasconderle. Nei veleni del cuore c’è un piccolo ma grande invito al Lettore, che permea d’inchiostro tutta l’Opera: ed è l’invito a guardarsi dentro; a non fuggire dal proprio sentire; dal proprio dolore, dalle proprie paure, e così via. Se la guardi, quella paura, non smette di essere paura, eppure, ti fa un po’ meno paura. Se lo guardi, quel dolore, quella bruttura, ti accorgi che non smette di essere dolore, non smette di essere bruttura, eppure. Può diventare qualcosa di molto bello. Che emana luce, e non buio dal qual proviene. E poi un’altra cosa bisogna dire, a chi dell’Opera i veleni del cuore Prima Edizione ha saputo dire soltanto ma perché di questo spazio e ma perché di questa virgola e l’errore e quant’altro. A Voi bisogna dire che della Beata Ludovica Albertoni, una scultura del Bernini, che la ritrae in questa posa quasi sommessa, o sommersa, chissà da cosa, e incompiuta, nelle dita, le mani, eccetera, nessuno si domanda perché? Incompiuta? L’errore? La virgola, o lo spazio. Consideratemi della stessa incompiutezza – perché ho deciso io quando dire che è finita, compiuta, fatta. È andata proprio così. Sono mancata. Sono incompiuta. Eppure, ho detto che sono finita. Nel piacere. Traboccante. Nauseante. Eccessiva. Proprio come la vita che mi scorre dentro. Proprio come nell’Estasi della Beata Ludovica Albertoni. Ed esiste, i veleni del cuore, da nessuna parte fuorché nel luogo della mia contraddizione. Con questo sguardo – dovreste leggermi. Uno sguardo nudo; e spoglio di tutto. Allora forse mi tornerà indietro un po’ di amore, un altro po’? Non lo so. Non me ne frega niente. Mi è bastato darvelo –